Carapax

Che cosa usciva a fare dal suo guscio protettivo che tanto amorevolmente la proteggeva dal freddo, dal buio, dai predatori e dai rapaci, dai cacciatori e dai voraci sciacalli che si cibano di tutto ciò che può essere trasformato in piacere, interesse  denaro?

Il carapace era il suo esoscheletro, scudo alle intemperie esistenziali, nido per rintanarsi, tana per annidarsi, casa, letto, tetto, abitazione e residenza in un unico, minuscolo spazio esistenziale, decorato da geometrici ricami che armonizzavano con i colori dell’ambiente, della terra e del cielo, delle acque…

Prima di uscire dal proprio abitacolo annusava lo spazio per percepire eventuali pericoli… con un ditino percepiva la temperatura e, se faceva troppo freddo, decideva che sarebbe tornata a dormire per risvegliarsi il mese successivo.

Aspettava la primavera inoltrata, quando il sole sarebbe stato una torcia benefica in grado di scaldare il suo sangue, la sua pelle e il suo cuore… nell’attesa sonnecchiava sognante, ascoltando le melodie disperse nella rete magica della propria immaginazione…

C’era tutto all’interno del guscio: veramente tutto! Poteva pensare qualunque cosa, progettare pensieri di ogni genere, immaginare in assoluta libertà qualunque situazione: dipingeva così nell’abitacolo interiore paesaggi e mondi meravigliosi, coglieva il sapore delle acque tiepide di un  mare lontano in cui giostrava nei coralli, tra alghe sinuose e petali di mare, stelle del fondale e astri del cielo quando saliva sui piccoli scogli per baciare la luna… nel silenzio delle onde infrante in una schiuma d’amore…

La cercavo, la sentivo, la amavo da tempo ma era sempre chiusa, invisibile, impercettibile… sentivo la sua presenza calda e il suo cuore vibrava note musicali che disorientavano i miei sensi, seduzione seducente di ormoni spaziali che mi attiravano al suo cosmo forse per custodirla, vegliarla, forse per amarla…

Poi ho capito che la sua luce era spenta, come una lucciola stanca aveva deposto i colori della vita e ora restava fredda e impaurita in attesa del ritorno… tornava un cavaliere bianco, scendeva il principe dal cielo, venivano gli angeli e gli dei a riportare scintille dorate, profumi temporali, raggi di luce tropicale, frutti esotici dal sapore infinito, polveri profumate, pietre preziose, brillanti, diamanti, ori e tesori, ricchezze e cibi pregiati, abiti firmati, gioielli incastonati… ma lei era spenta, silenziosa, rinchiusa, immobile…

Volevano seppellirla nella sabbia bianca di una spiaggia d’autunno ma qualcosa, qualcuno mi chiamava… come un’antenna criptata sentivo e percepivo codici di soccorso, un grido di allarme che ristagnava intorno a questo involucro semantico mimetico, impenetrabile, cos’era? chi era? dove andava? qual’era il cammino, dove sorgeva il sole e dove… soprattutto… ascendeva la luna? Cercavo tracce di un riflesso argentato, seguivo le orme di una rondine smarrita, aprivo le ali per andare lontano, nelle rotte migratorie dei grandi esodi stagionali: ho attraversato mari glaciali, scavato passaggi nella terra nuda, arida e deserta, ho toccato fiori fossilizzati e paludi bonificate, orchidee sensuali e vellutate, sono stato nel giardino degli anturium, nel campo di margherite, nel regno dei girasoli e delle stelle alpine… ti cercavo nei fiori come un’ape regina in cerca del suo re, ti cercavo nelle acque, sulle isole, tra le nuvole… forse eri aquila, forse colibrì… forse eri figlia di un anemone, forse dischiudevi le tue palpebre come una ninfea o forse ti adagiavi sulle lacrime sorgive come un fiore di loto bagnato di rugiada… ero perso, preso, smarrito, ritrovato, sentivo e seguivo questa scia di selvatico desiderio che mi chiamava come una goccia di miele, attrazione irresistibile, richiamo magnetico, ho viaggiato tanto, amore… ho corso, percorso mondi, vicini e lontani, ho visto la fine degli orizzonti e il principio dell’eternità…

Loro hanno preso il tuo guscio, l’hanno sepolto sulla riva baciata di schiuma, lasciando una lapide al vento che l’ha portata in cielo, al cielo, dove giungono i lamenti e le preghiere di chi crede nella vita e, quindi, anche nella morte…

Ma io sentivo, capivo, che questo brivido d’amore era una voce più forte del tempo e più profonda di qualunque abisso… non c’erano voragini, non c’erano pareti invalicabili. Adesso.

Cercavo.

Tocco, smuovo, ribalto le montagne.

Apro.

Entro.

 

Apri mondo apriti!

 

Milioni di anni.

 

Miliardi di secoli.

 

Milioni di miliardi di processi evolutivi, dalla prima cellula al perfetto sistema di concezione che unisce gli insiemi lontani per creare.

 

Armonia.

 

Arte.

 

Amore…

 

Sono io, amore… sono io…

 

Sono la primavera…

 

Vengo a prenderti tra le mie braccia, baciarti di sole caldo, di pioggia fresca e benefica per fertilizzare la tua anima… loro vedevano solamente la tua apparenza, il tuo profilo esteriore, ti davano un nome, un’età anagrafica, un indirizzo, un codice fiscale.. ti hanno persino valutato, quotato, quantificato… e quando si sono ritrovati tra le mani il tuo carapace non sono stati neppure in grado di capire che era solamente un guscio senza vita, una buccia esterna, una corteccia protettiva… no! loro vedevano solamente con lo sguardo, valutavano solamente con la ragione…

Ti hanno sepolta, dimenticata…

Ma io porto semi da germogliare e petali da impollinare, sono energia del risveglio, linfa di un desiderio di rinascita che da sempre riporta vita alla vita, colori e luci, sogni, desideri…

Ora sei tra le mie braccia, amore…

Ora sei al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore, ora mi poso sulle tue labbra come la più leggera delle libellule, volteggio sulla tua bocca e mi congiungo, non sei più sola, sepolta, abbandonata, è giunta l’ora di aprire il forziere del grande tesoro.

Accolgo il tuo cuore come un dono da amare, accolgo il tuo bacio come un tesoro da propagare, diffondere, spalmare, irradiare al mondo, sulle foreste e sugli oceani… deliziosamente smarrito tra le tue braccia ti tengo per mano e vado, andiamo oltre, lassù… per sempre…

Carapax
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