Chi è Zacher?

Questo racconto breve fu scritto, circa trent’anni fa, da un ragazzo adolescente.
Lo chiamò “La storia ombra” e lo nascose in un cassetto della sua scrivania. Oggi è stato ritrovato e pubblicato integralmente.
Non si sa più nulla di quel giovane. Rimane un autore anonimo, come probabilmente lui avrebbe voluto.

Preludio:

“Questa stanza è affollata di orologi, a pendolo, a muro, a cuckoo, ma tra tutti quello là é quello che preferisco perché é l’unico che mi dà sicurezza. Ha un meccanismo di precisione invidiabile: è così perfetto che non ha mai sbagliato un secondo da più di mille anni e sono assolutamente certo che così sarà per altri mille anni ancora. E’ un sollievo sentire il ticchettio dei suoi ingranaggi scandire sicuro la marcia del tempo, senza esitazioni, infallibile. Comunque, per precauzione, gli ho levato le lancette. Di notte lo sento battere forte dentro al mio petto”.

Immagine emotiveSe Zacher è una pedina che sta per tramutarsi in dama, chi è il protagonista del gioco… il giocatore?

Zacher è un importante margine dell’universo, anche se è solo la tessera di un mosaico.

Zacher è un io-diviso, uno scienziato brillante e innovatore, che ha imparato a trasformare il fallimento in successo, a realizzare l’altruismo attraverso l’egoismo. Un esempio vivente di rinascita.

La sua mente è un sistema di idee logicamente perfetto: riesce a vivere esperienze reali semplicemente sognandole. Ciò avviene mediante la produzione di stimoli onirici che bombardano direttamente il suo sistema nervoso e producono le stesse sensazioni degli stimoli reali.

In tali circostanze la sua mente è come una spugna che assorbe acriticamente qualunque cosa percepisca.

La comunicazione telepatica con le forze della natura è, per lui, una sorta di talismano contro qualsiasi pericolo lo minacci.

Nel suo vocabolario personale compaiono solo gesti e pause di silenzio alternate a sorrisi.

Angoscia e orgoglio, vanità e paura si riflettono nel suo sguardo bizzarro.

Tempo fa Zacher scrisse su una parete”Questa notte piove a scrosci, ma domani sottrarrò un po’ d’energia al sole”.

Nei suoi sogni spesso appaiono immagini sottratte a un passato ormai logoro, emblematiche immagini di ghiacci colmi d’acqua, unite alla sensazione di ubriachezza e di abbandono senza limiti.

Per quanto si sforzi, oggi, non è più in grado di respirare quell’aria bambina, aria veloce e luminosa che ruzzola furiosa, giocando con tutto ciò che ha profumo nella breve vita dell’infanzia.

Ora, bastano pochi passi per imbattersi in quella faccia da vecchia faina che, da tempo ormai, lo segue silenziosa. Vorrebbe urlare, fuggire, deformare con le dita quella facciona da chewingum, vorrebbe violentare quella sua espressione crudele e beffarda: ma sa che ciò non è possibile, perché oggi si rispecchia in essa, come immagine riflessa. Si sente in colpa per quella morbosa per quella morbosa ombra mai così vera e simile a lui come adesso.

Questa sera, al termine di una giornata senza spessore, sono quindici secondi che arretra dinnanzi a quell’ombra che lo segue, lo sfiora, lo circuisce, astuta a tratti scompare, ma poi ritorna sempre inesorabile, lasciandolo alcuni istanti nel dubbio, nell’angoscia.

Zacher sa benissimo che l’ombra non esiste, perché la luce la riflette. Quindi sa bene come scacciarla. Ecco, ora ha spento la luce e l’ombra è scomparsa. Zacher può coricarsi accanto ai suoi pensieri. Trascorrono alcuni lunghi momenti e i pensieri invadono la sua mente, si avvicendano veloci, lo incatenano, gli rubano il sonno: “…siamo ombre, ombre riflesse e deformate della nostra anima…” All’improvviso riaccende la lampada e fissa la parete silenziosa. L’ombra è lì, d’incanto ricomparsa, pronta ad accogliere quei dannati pensieri. Zacher la guarda e le sorride, poi cade nell’oblio e si addormenta, sicuro che, al suo risveglio, lei glieli restituirà!

Da piccolo aveva avuto un’educazione capillare e, prima di tutto, gli avevano insegnato che la condizione essenziale per lo sviluppo della mente è la riflessività intesa come “conoscenza di sé”, delle proprie capacità. Dopo, ciò che più rammenta della sua infanzia è quella frase che suo padre gli ripeteva spesso: “Un sorriso, figliolo, non ha mai squarciato la faccia a nessuno. Ricordalo sempre e impara a vivere. Sarai ogni giorno una persona migliore e un po’ più felice…”

Zacher è cresciuto dimenticando al posteggio dell’usato la carriola dell’infanzia, ricolma di sogni, fiabe e dolci illusioni, così come volevano i suoi educatori. Oggi è un vero uomo, ricco delle normali contraddizioni, come richiede il vivere sociale. Rispettato, pur senza essere troppo amato.

Zacher però comincia a dare segni di cedimento, a incrinare quelle sembianze di equilibrato cittadino, comportandosi in modo stravagante agli occhi di coloro che erano abituati a vederlo passeggiare tutte le mattine a braccetto della noia, con naturalezza.

Un uomo come lui, efficiente e funzionale, che odiava ogni sorta di spreco, perfino quella di una pausa non indispensabile, adesso trascorre lunghi momenti a meditare sulle noncuranze degli uomini.

Zacher sta diventando un saggio, persuaso di partecipare consapevolmente a una piccola follia con lucida serenità.

Oggigiorno chiunque si reca a fargli visita, vede una targhetta appesa in malo modo alla sua porta, che reca scritto: “Sono figlio naturale di un parto stellare. In questa dimensione, per l’identificazione, il mio nome è Zacher. Qui è la soglia della vita: bussate per sette secondi, aspettate per ottant’anni…poi spingete e si aprirà”.

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