I naturalisti: Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito e Pitagora

Talete di Mileto è il creatore, dal punto di vista concettuale del problema concernente il principio(archè), ossia l’origine di tutte le cose.
Il “principio” è , propriamente, ciò da cui derivano e in cui si risolvono tutte le cose, e ciò che permane immutato pur nelle varie forme che via via assume.
Talete identificò il principio con l’acqua, in quanto constatò che l’elemento liquido è presente ovunque c’è vita, e che dove non c’è acqua non c’è vita.
Questa realtà originaria è stata denominata dai primi filosofi physis, ossia “natura”, nel senso antico e originario del termine indicante la realtà nel suo fondamento.
Fisici, di conseguenza, vennero chiamati tutti i primi filosofi che svilupparono questa problematica inaugurata da Talete.
Anassimandro di Mileto fu probabilmente discepolo di Talete e proseguì l’indagine sul principio.
Criticò la soluzione del problema proposta dal maestro, rilevandone l’incompletezza per la mancanza di spiegazione delle ragioni e del modo in cui dal principio derivano le cose.
Se il principio deve poter diventare tutte le cose che sono diverse per qualità e per quantità, deve essere di per sé privo di determinazioni qualitative e quantitative, e deve essere infinito spazialmente e indefinito qualitativamente: concetti, questi, che in greco si rendono con l’unico termine àpeiron.
Il principio che per la prima volta Anassimandro designa col termine tecnico di archè è dunque l’àpeiron.
Da esso le cose derivano per una sorta di originaria ingiustizia (la nascita delle cose è connessa con la nascita dei “contrari”, che tendono a sopraffarsi l’un l’altro) e vi ritornano per una sorta di espiazione in quanto la morte porta alla dissoluzione,e quindi alla risoluzione dei contrari l’uno nell’altro.
Anassimene di Mileto, discepolo di Anassimandro, prosegue la discussione sul principio, ma critica la soluzione proposta dal maestro: l’archè è l’aria infinita, dovunque diffusa, in perenne movimento.
L’aria sostiene e governa l’universo, e genera tutte le cose, trasformandosi per via di condensazione in acqua e terra, e in fuoco per via di rarefazione.
Eraclito di Efeso eredita dai milesi il concetto di dinamismo universale, ma lo approfondisce in modo cospicuo “Tutto scorre” (pantha rhei) è la proposizione emblematica di Eraclito, e sta a indicare il fatto che il divenire è una caratteristica strutturale di tutte la realtà.
Non si tratta di in un divenire caotico, ma di un ordinato passaggio dinamico da un contrario all’altro: è una guerra di opposti, che nel complesso si compone in armonia di contrari.
Il principio per Eraclito si identifica con il fuoco, perfetta espressione del moto perenne nella dinamica della guerra dei contrari.
Il fuoco viene strettamente connesso con il concetto di razionalità (logos), ragion d’essere dell’armonia del cosmo.
I pitagorici ereditarono dai predecessori la problematica del principio, ma la vertono sul piano nuovo e più elevato.
Il principio della realtà è per i pitagorici non un elemento fisico, ma il numero.
Spiegano questa loro tesi in base al fatto che tutti i fenomeni più significativi in particolare le armonie musicali e i fenomeni astronomici, climatici e biologici avvengono secondo una regolarità misurabile ed esprimibile con i numeri.
Il numero, pertanto, è causa di ciascuna cosa e ne determina l’essenza e il reciproco rapporto con le altre.
Per l’esattezza, secondo i pitagorici non sono i numeri in quanto tali il fondamento ultimativo della realtà, ma gli elementi del numero, ossia il limite(principio determinato e determinante) e l’illimite(principio indeterminato).
Ciascun numero è sintesi di questi due elementi.
Se tutto è numero, tutto è “ordine” e l’universo intero appare come un kosmos derivante dai numeri, e in quanto tale è perfettamente conoscibile anche nelle sue parti.
I pitagorici derivarono dall’Orfismo sia il concetto di metempsicosi sia quello di vita come espiazione/purificazione per poter ritornare presso gli dei, ma attribuirono la virtù catartica non a riti e a pratiche, come volevano gli orfici, ma alla conoscenza e alla scienza, cioè alla vita contemplativa al grado supremo, la cosiddetta “vita pitagorica” che eleva l’uomo e lo porta alla contemplazione della verità.

Dai le stelle a questo articolo