Riflessioni paradossali sull’èra del consumismo. Cioè dello spiritualismo

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – I due filosofi invitati dal Centro culturale di Milano lunedì 27 febbraio a rispondere alla domanda “La tecnica ha varcato il mondo umano?” sono stati unanimi nel deprecare il fraintendimento di fondo implicito nell’interrogativo che ha fatto da titolo alla serata: l’uomo è tale proprio grazie alla tecnica. Ma si sono divisi su tutto il resto. Per Carlo Sini l’uomo coincide coi suoi strumenti, con le sue macchine, che vanno dal linguaggio alle tecnologie più avveniristiche. Per Fabrice Hadjadj non si può rinunciare alla distinzione cruciale fra tecnica e tecnologia, e ad approfondire il senso della dicotomia che ci ha condotto in una situazione inedita per l’umanità. Con lui, di cui è appena apparso in edizione italiana il libro Risurrezione. Istruzioni per l’uso (Ares, 167 pagine, 15 euro), abbiamo approfondito le conseguenze della divaricazione fra tecnica e tecnologia.

Lei non solo afferma che la tecnologia è il contrario della tecnica, ma che la tecnologia impone una visione spiritualista della realtà, soprattutto attraverso il consumismo, che alla tecnologizzazione della vita è intimamente legato.
Sì, è sbagliato confondere tecnologia e tecnica, perché a ogni progresso tecnologico è corrisposto un arretramento tecnico. La tecnica è il saper fare del contadino, dell’artigiano, dell’artista, e la natura della tecnologia non è questa. È piuttosto scienza applicata che produce apparecchiature il cui scopo è fornirci una comodità senza passare attraverso il saper fare, semplicemente premendo dei pulsanti. Perciò la tecnologia coincide con una privazione della tecnica: non ha bisogno del nostro saper fare e ci dà tutto con un “clic”. Fingendo di liberarci, ci rende dipendenti da un dispositivo nascosto. Dimentichiamo che dietro allo schermo del computer ci sono componenti elettroniche, c’è una materialità nascosta fatta di gente che lavora in miniera, di guerre per il coltan in Congo, di centrali elettriche e nucleari, di cinesi che lavorano come schiavi nelle fabbriche. Una delle conseguenze della perdita del saper fare è che senza saperlo diventiamo complici di un sistema di sfruttamento.

Un’altra è che perdiamo competenze tecniche: gli uomini preistorici avevano molte più competenze tecniche dell’uomo contemporaneo. Il consumismo si basa sullo stesso concetto della tecnologia: l’istantaneità. Voglio mangiare del pollo, e quello che voglio lo trovo istantaneamente dentro al supermercato, come istantaneamente le informazioni appaiono sul computer. Questa istantaneità fa perdere ogni rapporto fisico concreto col mondo, con la resistenza della realtà. Il consumismo non è un materialismo. Il consumista non è attaccato alle cose, anzi: non intrattiene un rapporto patrimoniale con esse, non le eredita e non le trasmette ai suoi discendenti. Dietro al consumismo c’è una forma paradossale di spiritualismo: consumiamo dei beni che gettiamo via, e così facendo dimostriamo la nostra superiorità rispetto ai beni materiali.

Contro il consumismo rivendico il ritorno al saper fare, e contro il suo spiritualismo rivendico la materialità e la tecnicità del cristianesimo. In esso c’è una coscienza molto forte del lavoro umano, dell’incontro con la realtà, con l’ordine della natura. Le immagini della Bibbia sono tutte legate all’agricoltura e all’allevamento, Dio padre è un vignaiuolo, e Suo figlio è il buon pastore. E il Verbo stesso si è fatto carpentiere, anzi qualcosa di più, perché la parola greca “tekton” che lo designa nel vangelo secondo Matteo indica proprio il tecnico nel senso del saper fare, del lavoro manuale. E la grande saggezza della vita monastica consiste nell’aver compreso il profondo legame che esiste fra la genuina spiritualità e il lavoro manuale.

Questo dovrebbe avere anche conseguenze politiche di vasta portata, se si vuole essere seri.
Certo, io sono un partigiano del distributismo di Belloc e Chesterton: il problema non è l’uguale ripartizione delle ricchezze, ma dei mezzi di produzione. Bisogna che la famiglia torni ad essere luogo di produzione, oltre che di rapporti e di trasmissione delle eredità.

Fabrice Hadjadj (Foto Centro culturale di Milano)
Infatti lei sostiene che la tecnologia comporta la perdita non solo della tecnica, ma dell’economia. Mentre tutti pensano il contrario: la tecnologia moderna come trionfo della tecnica e dell’economia.

Sì, per quanto possa apparire paradossale io penso che il mondo attuale è il mondo della perdita della tecnica e dell’economia. Se fosse il mondo della tecnica, quelli che sanno suonare gli strumenti musicali dovrebbero essere tanti quanti quelli che ascoltano un’orchestra sinfonica o una band con un impianto hi-fi. Ma è anche perdita dell’economia, perché l’economia è “nomos” dell’“oikos”, cioè per stare all’etimologia della parola greca è quella disciplina, quella norma, che rende possibile la vita della famiglia, del focolare domestico. In origine, insomma, l’economia non era economia politica. Agli antichi l’economia politica sarebbe risultata assurda come un cerchio quadrato: l’economia si gioca al livello della famiglia, mentre la politica si gioca al livello della polis. Per gli antichi era chiaro che la famiglia non è solo luogo di relazioni fra i suoi membri, ma luogo di produzione. Le famiglie si raggruppavano anche per facilitare gli scambi di prodotti, ma non si può parlare di un’economia mercantile: era reciprocità fra famiglie. Oggi economia è sinonimo di scambio commerciale e monetario, ma la produzione familiare non passa attraverso il denaro. Ciò che viene chiamato economia è la distruzione dell’economia, è la sua mercificazione e monetarizzazione. Oggi quando si parla di lavoro si pensa subito al lavoro salariato. Al centro del discorso c’è il salario, cioè il denaro, che serve a comprare le cose che non so produrre da solo. Più nulla è prodotto da me, sono totalmente dipendente dal denaro. La prima di tutte le tecnologie, quella che ci fa perdere il saper fare, è il denaro. La nostra società ha ridotto ogni uso e ogni saper fare all’uso del denaro. Lì risiede il principio della mercificazione. Ma tutto questo non è economia, è sovversione, è distruzione dell’economia.

Si dice che uno degli exploit della tecnologia è la nascita dell’intelligenza artificiale, ma lei non è d’accordo.
Si parla di intelligenza artificiale in relazione alla gestione di grandi quantità di dati, che superano le capacità del cervello umano. In questo ambito il computer ci fornisce delle risposte che assomigliano a un esercizio dell’intelligenza, ma non lo fa seguendo la strada del pensiero o della riflessione. Un’apparecchiatura elettronica potrà anche simulare l’intelligenza umana meglio di un uomo, ma resterà sempre simulazione, perché dietro non c’è l’esercizio dell’intelligenza propriamente detta. Ciò che è proprio dell’intelligenza, è il lasciarsi sorprendere dalla realtà. Lo specifico dell’intelligenza è aprirsi alla realtà vedendo che in essa c’è qualcosa che la sorpassa. Per questo l’esercizio dell’intelligenza spesso sfocia nella meraviglia, e dunque nella lode, o nello sgomento, e dunque nella supplica. Davanti al dato di realtà, per il computer ci sono solo dati. Il dato di realtà si riassume in dati che si tratta di mettere in relazione, di gestire per mezzo di un algoritmo. Mentre ciò che è proprio dell’intelligenza è vedere in questi dati non semplicemente dei dati, ma un “donum”, cioè una donazione che in qualche modo supera le nostre capacità di gestione. Sì, io posso gestire le cose, posso manipolarle, ma perché prima di tutto c’è una generosità del reale entro la quale le cose si danno a me.

Che si tratti di biotecnologie, di procreazione medicalmente assistita o di exploit della comunicazione elettronica, non si può dire che i nostri contemporanei non siano stati avvertiti degli effetti deleteri della tecnologizzazione della vita umana. Eppure non si nota nessuna resipiscenza, anzi: la marcia verso la trasformazione dell’uomo in un prodotto prosegue senza soste. Perché questa ostinazione?
Non è del tutto vero che non ci sia reazione. Molte persone si indirizzano alla ricerca di modi di vita alternativi. C’è il fenomeno dei neo-contadini, gente che ha fatto studi altamente specializzati di ingegneria ed economia, e ora si dedica all’agricoltura e all’artigianato. Conosco giovani che hanno studiato filosofia e poi hanno creato un ecovillaggio recuperando un paesino abbandonato dove stanno riunendo famiglie per un’esperienza di autonomia economica e di solidarietà educativa attraverso la scuola parentale. Ma c’è una parte di verità nella sua osservazione. Se ci gettiamo così facilmente nelle braccia della tecnologizzazione e della mercificazione generalizzate, è perché siamo immersi in una profonda disperazione. Fino al XX secolo sono esistite utopie politiche e sociali che promettevano all’uomo la salvezza attraverso l’azione politica. Queste utopie sono crollate sotto il peso dei totalitarismi che hanno generato e della loro inefficacia. Oggi è il tempo dell’utopia tecnologica, ma non è una vera utopia: ci si crede solo a metà. Quella che domina, è la considerazione circa la mortalità della specie umana, la finitudine dei singoli: è bello vivere in famiglia e coltivare la terra, ma a che serve se tutto è votato alla morte? Perché fare dei figli, se sono destinati anche loro a marcire in una tomba? Allora si preferisce qualcosa dell’ordine dello stordimento. Anche al tempo delle utopie politiche e sociali non c’era vera speranza, ma c’erano speranze mondane che erano la versione secolarizzata della speranza cristiana. Crollate queste, regna una disperazione profonda. L’utopia tecnologica non crea vere speranze, ma rappresenta piuttosto la speranza di entrare in un divertimento assoluto, che non ci faccia più vedere la nostra disperazione profonda.

Una critica della tecnologizzazione della vita oggi deve misurarsi con l’emozionalizzazione del dibattito pubblico, dove ormai si parla solo per slogan. Chi reclama il rispetto dei limiti o sottolinea le esigenze della verità obiettiva, viene accusato di opporsi alla novità, al cambiamento, all’innovazione. Esiste un antidoto per tutto questo?
Tecnologizzazione ed emozionalizzazione sono intimamente legate. La tecnologia favorisce un modo impulsivo di rapportarsi alle cose. Non c’è più la pazienza dell’apprendimento: si premono dei pulsanti e si ottengono delle cose. Dietro c’è una supertecnologia altamente razionale, ma l’utilizzatore di questa tecnologia agisce in modo pulsionale. Pulsionale in due sensi: nel senso che non c’è controllo, non c’è ordine nelle emozioni, dilaga il culto dell’emozione, ma pulsionale anche nel senso che si premono dei pulsanti.

La tecnologia coltiva un modo pulsionale di rapportarsi al mondo. Questo lo esprime molto bene James Graham Ballard in romanzi come Crash e Il condominio. Lui ha mostrato che sotto la superficie del mondo ipertecnologico cova la ferocia. Basta che il vostro computer smetta di funzionare, e subito vi innervosite più del dovuto. È la tecnologizzazione stessa che crea un dispositivo pulsionale e questo dispositivo pulsionale va nel senso dell’emozione, per cui si parla per slogan o per dimostrazioni compassionevoli, l’incapacità di ricorrere al pensiero e di esprimere sentimenti ordinati è assoluta.

Poi c’è la questione della novità e dell’innovazione, che non sono affatto la stessa cosa, anzi: l’innovazione coincide col rifiuto della novità. L’innovazione è la novità per quanto riguarda gli oggetti, a prescindere dalla novità dei soggetti. La novità per quanto riguarda i soggetti è la nascita, o la rinascita. Quando nasce un nuovo essere umano, o quando una persona sperimenta un profondo cambiamento interiore, una conversione, allora ci troviamo davanti a una novità che riguarda il soggetto. Che cos’è l’innovazione? È cominciare con una penna a inchiostro, poi passare alla penna a sfera, alla macchina da scrivere, al pc. Facendo questo ho sviluppato il mio saper fare, ho imparato a scrivere come Virgilio, Dante, Manzoni, Eugenio Corti? No. Gli oggetti sono progrediti, ma il soggetto no.

Il secondo problema con l’innovazione è che essa rappresenta il regno dell’obsolescenza: la cultura dell’innovazione è la cultura dello scarto di cui parla il Papa. L’oggetto innovativo ci spinge a disfarci dell’oggetto vecchio: non c’è più tradizione, recupero, eredità. A ogni passaggio l’innovativo caccia l’antico e lo riduce a scarto, a cosa obsoleta. La logica dell’innovazione è la logica dell’obsolescenza. Perché si va in questa direzione? A causa del risentimento nei confronti della nascita, della meraviglia di essere nati. Oggi si pensa che la nascita non è un bene: non abbiamo più speranza, perciò dispiace essere nati. A causa di questo odio della nascita ci si getta nel vortice dell’innovazione degli oggetti, ci si stordisce nel divertimento generalizzato.

Rodolfo Casadei

Fonte: http://www.tempi.it/hadjadj-riflessioni-paradossali-sull-era-del-consumismo-cioe-dello-spiritualismo#.WMkSeDvhCmW

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