Scienza, spirito e altre cose

Nel mondo dei paradigmi c’è la religione.

La maggior separazione tra la civiltà occidentale e la filosofia orientale è causata dalle credenze sulla divinità.

La tradizione orientale insegna che Dio (Brahman) è ovunque e il luogo migliore per sperimentarlo è la natura o, meglio ancora, dentro di sé.

Nella tradizione del pensiero occidentale Dio è separato da noi umani.

Si dice che Dio è lassù.

Questa è la porta del dualismo: Dio e me.

In occidente la separazione tra scienza e religione, intesa come spiritualità, ha permesso di fatto alla scienza di crescere fino al punto di essere pronta a riprendersi la spiritualità decretando la fine della religione.

Il tema è: La Scienza trova lo Spirito.

Nel mondo occidentale la scienza, da sempre separata dallo spirito, ha potuto migliorarsi mettendosi continuamente in discussione perché costruita su assiomi dimostrabili. Al contrario la religione, essendo edificata su dogmi inamovibili e verità universali, non è disposta ad avere torto.

Pertanto chi è invischiato nella religione è praticamente bloccato in qualcosa che non può comprendere perché non ha mai potuto farne esperienza.

Nel campo della conoscenza c’è anche la sofferenza. Questa la conosciamo molto bene perché l’abbiamo ripetutamente sperimentata pensando che solo con la sofferenza si possa sconfiggere il male, dentro di noi. Il dolore ci porta alla purificazione: ecco il pensiero malato.

La sofferenza pertanto è semplicemente il risultato dell’ignoranza, della non-conoscenza. Il male è proprio l’ignoranza. Che poi fondamentalmente è quello che gli esoterici chiamano ego.

Quindi il dolore, sia fisico che mentale,  è un indicatore, un segnale, un richiamo, un cartello stradale sulla via.

Il pensiero della sofferenza nasce dal pensiero del peccato e da quello del senso di colpa, ancora più profondo e radicato del primo.

Il senso di colpa è un’importante aberrazione umana e, come il giudizio, è una delle chiavi che aprono la porta che va al di là della croce, verso la luce.

Viviamo allora nel vittimismo, cercando costantemente un salvatore, altra colonna portante delle aberrazioni.

Rifiutiamo la responsabilità. La responsabilità della nostra vita. La deleghiamo ad altri, all’esterno. Per poi atteggiarci a vittime e poterci lamentare. Ma la responsabilità è una chiave importantissima per aprire la porta verso la luce e per deporre la nostra personale croce cristica.

Il pensiero guida è che siamo nati nel peccato (originale?), spacciati fin dall’inizio. Potremo risollevarci solo tramite un salvatore che verrà a redimerci. Compiacere Dio ci tira fuori dai guai. Gesù, suo Figlio, si è lasciato crocifiggere per purgare i nostri peccati, primo fra tutti quello della disobbedienza e quindi del distacco, il peccato primario della separazione. All’origine c’è stata la volontà di una creazione sorta dallo sdoppiamento della coscienza. Dall’Uno (la creazione sana e gioiosa) alla dualità (la creazione sofferente e intrisa dalle paure). Il classico patto con il diavolo, un contratto con l’ego, dove la paura domina incontrastata, padrona, in apparenza.

Non è forse un imbroglio tutto questo, non è forse il grande inganno che ci ha tenuti imprigionati finora?

Non è forse che, vivendo fino in fondo i nostri peccati, avremo la possibilità di venire arricchiti proprio attraverso quella esperienza?

Non è forse vero che quando faccio del male, creo del male, poi la mia coscienza (la mia anima) si lamenta, si contorce e me lo fa sentire nel corpo e nella psiche? Questo significa evolvere. Frutto dell’evoluzione è imparare a fare solo ciò che ci fa star bene, sia durante che dopo l’azione compiuta.

La religione è un paradigma: non dobbiamo dire che è un male, tutt’altro!. Essa è un ribollire della coscienza e quindi è un bene. Però è un’esperienza da passare, come le altre, alla fine.

La via d’uscita non sta nell’attaccare le religioni, ma nel trasmutare di generazione in generazione.

Trasmutare vuol dire crescere, evolvere al di là di quelle dipendenze, come le religioni, le politiche, i governi e le società che ci spingono a fare ciò che facciamo. Ma non sappiamo perché lo facciamo.

Nel confucianesimo c’è un principio chiamato “jen”, il quale afferma che, al centro del nostro essere c’è solo pura bontà, nello spirito. E’ impossibile non essere puri quando si è nel proprio centro dello spirito.

La vita ha invece in sé qualcosa di tossico, quando ignoriamo il nostro vero Sé e diamo ascolto al falso sé guidato dall’ego.

Per far trionfare la purezza dobbiamo anzitutto abbandonare l’idea di essere dei peccatori e comprendere che l’aspetto primario e fondamentale di quello che noi siamo è essenzialmente puro, bello e buono.

Se ci risulta difficile diventare spirituali è perché il nostro falso sé, l’ego, lavora subdolamente per convincerci che è praticamente impossibile arrivare al centro del nostro spirito perché ormai troppo distante da noi.

Se rimaniamo convinti di ciò, non faremo mai lo sforzo necessario per avvicinarci al nostro Sé autentico.

L’ego ci incoraggia a trovare le colpe, a giudicare, a essere vittime. In tal modo mantiene potere su di noi e ci deprime. Ci butta però in una sorta di limbo, di anticamera della depressione più profonda e irreversibile (quella che conduce alla decisione di terminare la vita nel corpo fisico), ci deprime ma mai fino al punto di toccare il limite, il cosiddetto “fondo della bottiglia”. Ci lascia astutamente in “stand-by” in modo da non farci sentire abbastanza disperati per metterci alla ricerca del nostro sacro Sé, la nostra vera natura. L’ego sa che quando ci mettiamo a ricercare la nostra purezza, ci sentiamo “come sollevati” e cominciamo ad abbandonare il nostro falso sé definitivamente.

Tutto quanto detto accade solitamente alla maggioranza di noi. Ma non avviene per tutti. Alcuni si tolgono la vita, si arrendono, cedono. Alcuni altri sopportano i disagi, anche profondi e si risvegliano. Accendono la luce interiore. E’ una questione di forza d’animo. Quella che conosciamo come forza di volontà. La nostra anima sa quanto possiamo sopportare e fino a che punto.

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